Alfonso Gatto seguiva il Giro d’Italia per conto dell’Unità. Amava il ciclismo, ma era incapace di pedalare.
Prese lezioni da Fausto Coppi, ma neanche lui fu in grado di dargli l’equilibrio necessario. La via di mezzo non gli apparteneva, prendeva parte alle cose. Amava le bici, i pedali, “cadrò, cadrò, sempre fino all’ultimo giorno della vita, ma sognando di volare” scrive in una delle sue tante poesie. Ed era così, cadeva e volava, ricadeva e rispiccava il volo.
Voleva volare anche quando si oppose al fascismo e fu detenuto per 6 mesi nel carcere di san Vittore, quando con la tessera del partito di Togliatti in tasca diventò uno dei principali scrittori di ispirazione comunista, ma poi si dimise e diventò un “comunista dissidente”. Non è mai stato nel mezzo. Nessun equilibrismo gli apparteneva.
Alfonso Gatto era tante cose e della sua intera vita ne ha fatto poesia.
“È difficile dire, ma si deve dire,/il cuore è detto che non si può dire./Sempre uno specchio quanto più profondo/colora tutto il giorno che passa/e di sé nulla, un abisso, un macigno./O romperlo solo/romperlo rotto e di nuovo allagato/romperlo sempre./Ma forse era un volo/il cuore detto che non si può dire,/la mano aperta che lascia anche il filo/e di sé nulla, più nulla trattiene./È difficile dire, ma si deve dire,/il cuore è detto che non si può dire,/il cuore duro per rompere il cuore/dentro ha raccolto la sua stessa mano./Quasi uno scherzo/e per dirlo si gioca./La morte è uno soffio che pesa l’intero./Ma la dolce collina del nostro cuore lontano/la luna del nostro amore lontano,/l’inverno del nostro cuore vicino.”
Ogni tanto tornava a casa nella sua Salerno rima d’eterno, per il resto girava, viaggiava, Roma, Milano, Torino dove trascorreva ore e ore per le vie con Calvino e Graziana Pentich, “noi tre che camminiamo ore e ore per quelle tristi vie discutendo, Alfonso a sopracciglio alzato gridando le sue invettive…” come ricordò Calvino in una lettera. Amico di Zavattini nella stagione milanese, con Pratolini fonda la rivista Campo di Marte, con Rodari scrive sull’Unità, nel ’41 riceve la nomina di professore di letteratura italiana al liceo artistico di Bologna per “chiara fama”, segnando un periodo di tranquillità economica che gli diede la possibilità di dedicarsi alla poesia.
“I bambini che pensano negli occhi/hanno l’inverno, il lungo inverno. Soli/s’appoggiano ai ginocchi per vedere/dentro lo sguardo illuminarsi il sole./Di là da sé, nel cielo, le bambine/ai fili luminosi della pioggia/si toccano i capelli, vanno sole/ridendo con le labbra screpolate./Son passate nei secoli parole/d’amore e di pietà, ma le bambine/stringendo lo scialletto vanno sole/sole nel cielo e nella pioggia. Il tetto/gocciola sugli uccelli della gronda”.
Nel ’46 incontra la pittrice Graziana Pentich, amore della sua vita. Lascia la moglie e le due figlie per lei e trascorre i successivi vent’anni “sempre in piedi sul ciglio di un abisso, ma col coraggio noncurante e divertito degli equilibristi”.
Inizia anche lui a dipingere, disegni ed acquerelli che saranno raccolti dalla compagna nel libro “I colori di una storia” accostando i disegni di Gatto a quelli del figlio Leone.
Negli anni Sessanta ha recitato ne Il Vangelo secondo Matteo e in Teorema di Pasolini e poi con Rosi e Monicelli.
Continua a scrivere poesie, Sciarada è un virtuosismo, un gioco “È difficile dire, ma si deve dire,/il cuore è detto che non si può dire./Sempre uno specchio quanto più profondo/colora tutto il giorno che passa/e di sé nulla, un abisso, un macigno./O romperlo solo/romperlo rotto e di nuovo allagato/romperlo sempre./Ma forse era un volo/il cuore detto che non si può dire,/la mano aperta che lascia anche il filo/e di sé nulla, più nulla trattiene./È difficile dire, ma si deve dire,/il cuore è detto che non si può dire,/il cuore duro per rompere il cuore/dentro ha raccolto la sua stessa mano./Quasi uno scherzo/e per dirlo si gioca./La morte è uno soffio che pesa l’intero./Ma la dolce collina del nostro cuore lontano/la luna del nostro amore lontano,/l’inverno del nostro cuore vicino”.
L’8 marzo del 1976 era in auto con Paola Maria Minucci, passeggero del suo ultimo viaggio verso Roma. Morì su una barella dell’ospedale di Orbetello in attesa di essere trasportato all’ospedale di Grossetto, dove forse avrebbero potuto salvargli la vita.
Scelse un macigno, non una levigata lastra per la sua tomba, le parole furono affidate all’amico Eugenio Montale “Ad Alfonso Gatto per cui vita e poesie furono un'unica testimonianza d'amore”.